I racconti dietro l'arte

Ogni opera d'arte racchiude una storia, un ricordo, un'emozione. Qui ti invito a scoprire le narrazioni che danno vita alle mie creazioni. Immergiti nelle esperienze e nelle sensazioni che hanno ispirato ogni pezzo, e vedi con i tuoi occhi ciò che il racconto intende rivelare.

Ho scoperto da un paio d'anni di saper raccontare scrivendo e Matteo Caccia nella sua rubrica radiofonica di Radio 24 mi ha anche scelto per due puntate, raccontando le storie che ho scritto ricordandomi di episodi vissuti della mia gioventù.

Vedere oltre la forma

La cosa più sorprendente è scoprire come le sensazioni e le immagini descritte in ogni racconto si fondono con l'opera stessa. Non è solo una parte di scultura o un'incisione, ma un ponte verso un'esperienza vissuta, un frammento di me che prende forma. Ti invito a guardare con occhi nuovi e a sentire la connessione tra la narrazione e la materia.

NA VIRA... (una volta)

Trascorsi qualche mese per organizzare meglio il mio nuovo lavoro, ora avevo scelto un posto sicuro, guadagnavo molto meno ma in teoria sarei stato più tranquillo. Però dovevo conoscere quello che avrei gestito ed allora incominciai a prendere visione delle strutture e degli impianti che erano di mia competenza e responsabilità. Ora lavoravo per l’azienda pubblica dei servizi comunali e mi occupavo dell’acqua della città in tutte le sue forme. Uno dei miei tanti dirigenti mi insegnò anni prima il detto di Luigi Enaudi “conoscere per deliberare” ed io ne feci tesoro ed allora quella mattina di tardo inverno dissi ai miei nuovi colleghi: “..andiamo a vedere le fontanelle pubbliche delle frazioni!”. La località si trovava ad una manciata di chilometri dal centro della città, prendemmo la statale e tre minuti dopo girammo a sinistra per percorrere circa un chilometro di strada stretta e diritta che separava le risaie in procinto di essere allagate. Arrivammo tra un gruppetto di vecchie case malmesse dove si scorgeva anche una sorta di castello ed una chiesa, ci fermammo in uno slargo in parte sterrato che sembrava essere il centro dell’agglomerato ed in un angolo c’era una fontanella dell’acqua. Scendemmo per vedere la struttura situata in un contesto paradossale, sembrava che il tempo in quel posto si fosse fermato almeno da un centinaio d’anni. Una signora anziana, seguita da due galline, sbucò da un cortile e con delle pentole dentro un secchio di metallo si piazzò davanti alla fontanella ignorando apparentemente la nostra presenza.  Tirò fuori dei pentolini, del detersivo ed incominciò a lavare, si era accorta chiaramente di noi e vedendo l’auto di servizio si piegò verso il basso per usufruire meglio del getto d’acqua della fontanella. Senza girarsi disse in dialetto: adesso togliete l’acqua?  Io devo cucinare, per mezzogiorno arrivano i ragazzi e come faccio? Io istintivamente gli risposi dicendo: no signora, non si preoccupi, siamo qui per un controllo, ma lei non ha l’acqua in casa? Dopo un attimo di silenzio disse: l’acqua di casa serve per altre faccende e non è buona come questa e poi quella si paga! Adesso almeno c’è questa, “na vira” (una volta) quando ero giovane l’acqua la tiravamo su con la “surbia” (pompa a manuale a stantuffo) e quella si che era acqua buona da bere!  Io in modo gentile le risposi che quell’acqua che stava utilizzando era comunque potabile ed uguale a quella di casa sua perché arrivava dalla città con la stessa condotta. La signora scosse la testa e si affrettò a riporre le pentole nel secchio, con fatica si rimise in posizione eretta e girandosi invitò con un verso le galline a seguirla verso casa. In lontananza si sentiva il rumore di un moderno trattore che lavorava i campi nei pressi e della musica punk che giungeva da una delle vecchie case lì vicino, forse era il segnale che i tempi stavano cambiando?

Poco tempo fa sono andato in quella frazione ed a stento ho riconosciuto quel luogo, ci sono poche famiglie, ma le case le hanno ristrutturate e probabilmente hanno spostato anche la fontanella che ho visto in un cantone nei pressi della chiesa. L’acqua scorre in continuo come una volta per evitare problemi igienici, ma sembra venga usata molto raramente. Mi sono girato intorno ed ho notato che non c’era nessuno ed era tutto pulito ed in ordine, sono risalito in auto e ripartendo ho dato un ultimo sguardo alla fontanella e come se il tempo non fosse mai trascorso per un attimo ho avuto una visione, li davanti c’era l’anziana signora che andava a casa con le galline. Quell’immagine che mi è rimasta impressa negli anni evidentemente è entrata nel mio inconscio tanto da non distinguere più il ricordo dalla realtà. Sorridendo mi sono avviato per tornare in città ed ho notato che c’era un cartello all’inizio della strada “Via Francigegena” ed allora ho pensato che quel posto è veramente particolare ed antico e spero che si mantenga nel tempo all’infinito così come ha fatto fino ad oggi.

SAGRINTE NEN! (non preoccuparti!)

E’ sera inoltrata, oramai la giornata volge al termine sono nel letto ed ho tirato su la coperta per dormire. Spengo la luce del comodino con la mano sinistra mentre con la destra cerco la mano di Lorella per salutarla. Lei ha appena inforcato gli occhiali e cerca per l’ennesima volta di proseguire la lettura di un libro, cosciente che da lì a poco si addormenterà ed io in piena notte poi mi sveglierò per spegnere la luce e mettere a posto libro ed occhiali.  Chiudo gli occhi ed incomincio a pensare mille cose, quello che ho fatto durante il giorno, quello che dovrò fare domani ed i giorni seguenti, rifletto su ciò che ha detto quel conoscente, perché è andata storta quella cosa, come potrò rimediare il danno del tetto, la prossima settimana sarà dura, troppe cose da fare e continuano a piovere impegni su impegni. Un rumore strano mi distoglie dal pensare ma è solo una piccola sosta, si ricomincia , la testa non si ferma e faccio di tutto per cercare di addormentarmi mentre i pensieri sono  un vortice inarrestabile, paure,  rabbia, ma anche qualche speranza ed ad un tratto…, nel buio dei miei pensieri, mentre mi convinco che potrò farcela come tante altre volte, sento di addormentarmi ed intravedo per un attimo una sorta di nuvoletta bianca, sembra un angelo senza volto con le braccia incrociate che con fare rassicurante mi dice ogni volta in dialetto  “Sagrinte nen!  (non preoccuparti!). Ecco è quello che attendevo, ora sono tranquillo, so che c’è lui che veglia su di me e tutti i miei cari, andrà tutto bene!

L'Indiano - tutto incominciò trentacinque anni dopo-

Ero tornato dal servizio militare e stavo cercando lavoro nel settembre del 1980. Cosa fare in quelle giornate di attesa? Ero a Forlì dove si era trasferita la mia famiglia e non conoscevo nessuno, ero spaesato. Poi un giorno per passare il tempo modellai il volto di un indiano, inteso come pellerossa e lo lasciai sulla scrivania a seccare. Mio padre lo vide e mi chiese di darglielo; lo fece vedere ad un suo collega che aveva l’hobby di scoprire talenti nel mondo dell’arte. Un paio di settimane dopo arrivò a casa e mi diede la maschera che avevo fatto, ma era di bronzo, il suo collega ne aveva fatta qualcuna ed una mi spettava. Ero molto felice, forse avrei potuto proseguire quella mia passione, ma arrivò contemporaneamente anche la chiamata del mio primo lavoro che poi divento la seconda, la terza per proseguire sino alla pensione 42 anni dopo. Nel 2014 sentii il bisogno di ricominciare a fare qualche cosa di bello, qualche cosa che mi potesse classificare almeno come “artigiano dell’arte”. Oramai la casa l’avevo costruita, il lavoro era oramai quasi alla fine e lo sport non più agonistico mi permetteva di avere qualche ora libera ed allora iniziai a lavorare il legno ed altri materiali. Quindi l’Indiano è di fatto la prima vera creazione che ho realizzato, passione che ho ripreso mal contati trentacinque anni dopo.

.. tutto incominciò circa trentacinque  anni dopo….

LA CACCIA

E’ ancora molto buio, anche se quell’ora appartiene già al mattino, il rumore dei passi dei cacciatori che lasciano camminando le orme degli stivali sulle stoppie brinate della pianura si sommano a tratti all’abbaiare dei cani che avanzano con i loro padroni. Si sono svegliati alcune ore fa quegli uomini ed hanno dormito poco la scorsa notte e dopo aver buttato giù un caffè si sono vestiti velocemente con le loro divise da caccia ben imbottite. Vicino alla porta c’erano gli zaini con le cartucce, il cappello e qualche cosa da mangiare, nonché l’immancabile coltello, poi cercando in vano di non far tanto rumore hanno preso anche il fucile e fatto salire nel baule dell’auto i fedeli e preziosi cani. Dopo pochi chilometri si sono trovati al punto d’incontro dove hanno deciso come procedere per cacciare quei cinghiali avvistati giorni prima da amici agricoltori ed altri conoscenti.

Fa freddo e mentre incomincia a schiarire leggermente il cielo il gruppo decide di puntare verso un lontano boschetto che si intravede a fatica all’orizzonte tra i bassi banchi di nebbia ed il vapore del loro respiro e quello dei cani. La squadra è la stessa da molto tempo, si fidano cecamente l’uno dell’altro e non potrebbe essere diversamente, quando si caccia in compagnia bisogna essere attenti ed esperti per non rischiare grosso. L’età di quegli uomini è molto diversa tra loro, ma nella caccia in quei momenti tutti sono fratelli gemelli, quello che importa è seguire le indicazioni del capocaccia, le regole stabilite prima di iniziare e basta.  Quegli uomini incominciano a vedersi meglio tra di loro perché è oramai giorno e camminano a semicerchio ad una distanza di poco più di cinquanta metri uno dall’altro, ad un certo punto i cani iniziano ad annusare il terreno e tirano avanti verso una stessa direzione, quella del boschetto. E’ il momento, una parte di cacciatori prosegue camminando lentamente, mentre quelli più esterni aumentano il passo e vanno ad appostarsi vicino ai primi alberi e cespugli del bosco. Le orme dei cinghiali ora sono ben visibili a terra e sono anche fresche, dicono che sono tanti e allora liberano i cani che non vedono l’ora di correre dove vuole il loro istinto, hanno fiutato le prede. I cacciatori non parlano, ma si osservano continuamente fino a che qualcuno di loro avvisa gli altri con cenni e fischi per indicare che i cani hanno stanato le bestie e che non c’è molto tempo a disposizione.

Tum, tum, tum, alcuni spari e poi altri, all’improvviso uno avverte a voce tutti che i cinghiali si dirigono nella direzione opposta, stanno entrando nei punti meno accessibili della vegetazione ed i cani si sono infilati nei cespugli. Continuano ad avanzare quelli ancora sui campi e come una rete a strascico stanano involontariamente qua e là uccelli che volano ed altre bestie che scappano impaurite, ora quello che conta è seguire i cani e prendere i cinghiali senza che nessuno si faccia male. Tum, tum, tum, un imprecisato numero di volte, ora arriva dal capocaccia l’ordine di richiamare la muta e di non sparare più.  Questo è il momento più critico, tutti si accertano della presenza di ciascun componente della squadra e dei loro cani i quali in larga parte si è avventata sui cinghiali morti o morenti. Qualche istante di forte adrenalina poi ancora uno sparo per finire un grosso esemplare solo ferito. Le canne dei fucili toccano le bestie per assicurarsi della loro morte, i cani insanguinati sono oramai al guinzaglio ed alcuni si sono anche feriti entrando nei cespugli. Finalmente i cacciatori incominciano a parlare in dialetto e ci sono urla, battute e commenti di ogni tipo per liberare la tensione. Molte volte quando si pensa di aver fatto un bel bottino lo sguardo di qualcuno di loro corre lontano, dove vede un cinghiale che scappa. A quel punto o si prosegue la battuta per inseguirlo o si decide di lasciarlo andare, del resto è stato bravo a cavarsela questa volta e probabilmente lo prenderanno la prossima battuta, optano quindi per la seconda ipotesi. Il capocaccia dice: Dai ragazzi recuperiamo i cinghiali e carichiamoli sui cassoni dei fuoristrada! Voi invece pensate ai cani, per oggi basta, ci vediamo vicino alle macchine. Bisogna far presto, una foto di tutta la squadra con le loro cinque e più prede morte ai piedi come trionfi e via prima di mangiare qualcosa, si è fatto mezzogiorno e bisogna togliere subito il sangue e delle interiora prima di scuoiare i cinghiali altrimenti la carne non è più buona. Dal primo pomeriggio per finire all’imbrunire tutti insieme provvedono alla macellazione delle bestie portate a casa, cosa non facile, bisogna essere abituati, ma in compenso i congelatori da lì a poco si riempiranno di carne pregiata, mai però così pregiata come quell’esperienza vissuta insieme che si aggiungerà alle tante storie di caccia da raccontare seduti ad un tavolo a bere e mangiare in compagnia. L’unione fa la forza e la passione dei cacciatori ne è la riprova tanto che salutandosi stanchi c’è già chi chiede quando ci sarà la prossima battuta di caccia per andare a prendere quel cinghiale scappato.

Comprendere l'essenza

Spero che, leggendo questi  racconti legati alle mie creazioni, tu possa cogliere appieno ciò che ho voluto comunicare. Ogni parola è un invito a entrare nel mio mondo, a comprendere il significato profondo che si cela dietro ogni segno, ogni linea, ogni volume. È un dialogo tra me e te, un'opportunità per sentire la stessa emozione che ha mosso le mie mani.

GATAGNAU (gatto)

Un giorno di diversi anni fa due bambine si incontrano all’asilo e diventano subito amiche, poi si ritrovano alle scuole elementari ed anche medie, sempre insieme; si separano scolasticamente solo alle medie superiori, ma rimangono sempre amiche frequentandosi regolarmente. Poi gli anni passano e le loro strade si dividono un pò, ma ancora oggi almeno tre volte all’anno, qualsiasi cosa succeda si incontrano. Si, almeno per i reciproci compleanni e per Natale loro due si rivedono e si scambiano i regali, poi parlano, parlano, si raccontano tutto quello che gli succede e che gli è successo perché loro sono amiche per la pelle e si dicono tutto in modo sincero e naturale, non hanno segreti.

Un giorno, io, che sono il marito di una di loro, entro in casa e vedo che le due amiche stavano parlando, saluto  velocemente e mi allontano per non disturbarle, so benissimo che quando si vedono si sentono bene se restano da sole così possono parlare delle loro cose, ricordi, novità progetti ed altro. Dopo la visita della sua amica mia moglie mi dice : ..sai gli sono piaciute le tue lampade di legno, lo sai che lei ne vorrebbe una vero?

Io mi definisco un “artigiano dell’arte” e mi diletto tra le varie cose a fare oggetti di legno, sculture particolari ed altre cose simili, ovviamente anche lampade da tavolo e da parete, sempre rigorosamente in legno, legno di recupero.  Però ho un difetto grande che spero di togliermi prima o poi, non riesco a separarmi da quelle cose che costruisco lavorando per ore ed ore cercando di trovare la strada per trasformarmi un giorno da artigiano dell’arte ad artista.

Questa cosa ovviamente mi impedisce anche di realizzare oggetti per venderli o regalarli, ma visto che il desiderio di mia moglie da tempo era palesemente quello di donare alla sua cara amica uno dei  miei oggetti, dandomi anche la “possibilità” di scegliere tra due eventuali “soggetti” , ho deciso che avrei provato a realizzare quanto richiesto, di fare un bel lavoro, perché quello sarebbe stato il suo regalo di Natale, il regalo per la sua migliore amica.

Io, come faccio di solito, incomincio a pensare, pensare e finalmente riesco ad abbozzare una figura a matita che poi diventa un cartoncino di lavoro e mi avvio nel mio laboratorio, dove ci sono tutti i pezzi di legno recuperati in giro, macchinari, vernici e tanta, tanta polvere.

So che non ho molto tempo a disposizione, Natale è alle porte e tra un lavoro ed un altro qualche ora la dedico alla mia nuova lampada da regalare; finalmente dopo circa due settimane chiamo mia moglie e le dico: guarda un po’ se può andare bene?  Lei rimane ferma ed attenta ad osservare la lampada, poi mi risponde: e però così non vale, questa la voglio anch’io!

 Penso di aver fatto un bell’oggetto e penso che lei ora sia felicissima di fare questo dono alla sua cara amica.

Però quello che non ho raccontato a nessuno è che prima di aprire la porta del mio laboratorio per prendere la lampada e portarla in casa ho sentito delle vocine che provenivano dall’interno del locale. Mi sono detto, forse c’è qualcuno dentro? Ma non è possibile e poi sono voci molto strane ed allora ho appoggiato l’orecchio alla porta ed ho incominciato a sentire cosa dicevano.

……e già, chi lo avrebbe mai detto…. , il destino è strano vero?

Si, hai ragione, dopo tanto tribulare abbiamo avuto proprio una bella fortuna! Questo Geppetto moderno ci ha recuperato proprio quando oramai avevamo perso la speranza.

E si, a pensare che io ero un vecchio bancale di pino, quello che oggi chiamano pallet, pieno di chiodi arrugginiti e con i listelli quasi tutti spezzati e tu? E no, anch’io ero un piccolo bancale, ma uscito fresco fresco dalla fabbrica ed utilizzato subito per portare merce costosa e poi, se permetti, io sono di abete pregiato non di pino.

Non vorrei fare il presuntuoso, ma io sono molto più pregiato di voi, tanto è vero che non mi hanno utilizzato per fare bancali, io sono un compensato multistrato, sono resistente e molto lavorabile e per questo che vado a ruba tra quelli che raccattano legno in giro, io costo molto e servo per fare oggetti di un certo valore e non per essere bruciato in qualche stufa dopo l’uso.

Vero, però se ci pensate tutti noi ne abbiamo passate di cotte e di crude, non nascondiamocelo. Prima il taglio dal tronco madre, poi una piallatura sommaria, nuovamente tagliati a pezzi sottili o più corposi per andare nelle fabbriche dove prima ci hanno fatto aspettare un paio d’anni per stagionarci e poi sono partiti i trattamenti, gli in collaggi, le chiodature, resinature e tanto altro.

E’ inutile ripensarci, oggi ci hanno ritagliato e rimesso come a nuovo e possiamo dirlo, per noi è bello essere stati trasformati in un gatto di legno.

Hai ragione, era tempo che attendevo che Geppetto mi venisse a ripescare tra i ritagli sotto il bancone da lavoro, ogni volta mi dicevo: e dai prendimi, non sono malaccio, ma poi quello mi misurava, guardava il suo disegno e mi rimetteva al mio posto. Questa volta mi prende, mi prende e vai! Non potevo crederci ma una decina di giorni fa quando mi ha spolverato e guardato ho detto è arrivato il momento e così è stato.

Anche a noi è capitata la stessa cosa ed ora eccoci qui, siamo un bel gatto in legno e questo falegname ci ha trasformato anche in una lampada da tavolo.

Si, perché Geppetto è strano, fa diverse cose e difficilmente le fa per gli altri, di solito le tiene per sé, probabilmente questa volta l’occasione deve essere importante, pare che abbia fatto questa lampada per un’amica d’infanzia di sua moglie, speriamo che lei ci tratti bene.

Io spero che ci posi su un bel mobile così ci ammireranno tutti, oppure sul comodino vicino al letto per dare quel minimo di luce che le serva per leggere un bel libro, pare che sia una che legge molto. In ogni caso fino a questo momento ci è andata più che bene, meglio di tanti altri nostri amici pezzi di legno che hanno fatto una brutta fine, potremmo dire finalmente a tutti che è vero quello che molti raccontano ovvero, “il legno è vivo” e si può trasformare sempre in tante cose.

Avete ragione, se potesse ascoltarci dovremmo ringraziare il nostro Geppetto, sua moglie e soprattutto l’amica senza della quale noi ora non saremmo diventati, ..come ci ha chiamato? Gatagnau. E che nome è questo, per caso è un nome straniero? Secondo me è un nome sardo, ma non scherzate, vuol dire “gatto” in dialetto piemontese, infatti anche da queste parti per dire “miagola” i vercellesi dicono “ gnaula”.

Zitti, sento dei rumori, qualcuno sta per aprire la porta!

Non so se è vero o è solo una mia impressione, ma a me piace pensare di aver sentito veramente quelle vocine che provenivano dall’interno del mio laboratorio.

LA CORSA DEI BUOI

Fa sempre caldo quella domenica di metà maggio dalle nostre parti quando si pensa già all’estate, anche se non conviene ancora mettere i vestiti estivi. Appena si entra in paese si avverte un clima di festa vedendo appesi ai balconi ed alle finestre stendardi, bandiere e bandierine. Nella piazza le giostre, poco più lontano nei giardini il ristorante e la discoteca mobile, oltre alla mostra per ricordare oggetti ed opere legate al mondo contadino di molti anni fa. Nel sottofondo si sente una banda suonare ed è difficile parcheggiare l’auto, bisogna fare molta strada per arrivare dove da lì a poco ci saranno tantissime persone compresi i contestatori animalisti osservati dai Carabinieri. Finalmente si arriva dove tutti si dirigono e tra una stretta di mano e un saluto si vedono anche visi noti provenienti dalla vicina città e non diresti mai che sono li anche loro, forse perché originari del luogo o solo spettatori? Il caldo si fa più deciso e sono circa le undici del mattino mentre si cerca un posto dove poter assiste all’evento principe per cui si celebra quella festa. San Vittore, patrono del comune a cui è legato un voto fatto circa seicento anni fa da chi aveva superato una carestia, quel voto che ogni anno si scioglie facendo correre dei carri, i carri del pane. Nervosismo tra gli spettatori che cercano un posto tra le alberate che delimitano il viale che dal ponte della chiesa di San Vittore porta sino all’incrocio stradale posto alla fine del cimitero. Tutti accalcati dietro le transenne e le grandi corde legate tra albero ed albero a protezione di eventuali incidenti nel caso qualcosa non andasse bene da lì a poco. Qualche zanzara inizia a dar fastidio, molti tolgono la giacca mostrando la loro camicia ben stirata e già che ci sono allentano anche la cravatta. Ad un tratto aumenta il mormorio ed in dialetto si sente dire ..arrivano, finalmente! Dai che è quasi mezzogiorno! Su forza! Il parroco ha appena benedetto il caro santo che porta il pane trainato dai buoi, quel pane che poi verrà distribuito a tutte le famiglie del posto. Un signore, il priore della festa, a fatica porta un grande e pesante cero e camminando si avvia con diversi fedeli per incominciare la processione. Le personalità si accodano al carro e la banda ad un certo punto si posiziona di lato. Eccoli! Quattro pesanti carri di legno trainati ciascuno da una coppia di buoi bianchi raggiungono il punto in cui dovranno allinearsi, tra una bastonata ed un’altra, qualche strattone ed anche qualche carezza. Manca una manciata di minuti e gli uomini addetti ai carri faticano a tenere le bestie, loro sono in maglietta sudano e gridano eccitati, sapendo che non reggeranno a lungo. Ogni carro ha un conduttore, uno che sfida il pericolo, ma ha già provato chissà quante volte quel percorso ed in cuor suo è sicuro di arrivare al traguardo illeso e vincitore. Oramai è il momento, il frastuono della gente che si propaga come un’onda copre il via; la corsa è iniziata e si avverte il rumore profondo delle ruote dei carri e degli zoccoli dei buoi che impattano sulla strada cosparsa di terra. Si alza la polvere tutti si sporgono per vedere cosa succede sullo stradone e quasi sempre un carro non segue il percorso tendendo pericolosamente a deviare sulla folla. Per interminabili dieci, venti secondi può succedere di tutto, gli addetti ai carri corrono ai lati e dietro ai propri buoi fino a quando ce la fanno, poi desistono ed è il momento in cui altri loro compagni attendono all’arrivo le bestie che corrono stordite trascinando il carro come se fosse fatto di cartone. E’ arrivato il primo carro che taglia il traguardo e poi gli altri, mentre a fatica cercano di fermare i buoi vola di tutto in aria ed urla e lacrime non vengono lesinate da chi ha atteso per un anno quel momento. Il conduttore vincente viene portato in trionfo, pacche e carezze ai buoi mentre tra i sostenitori dei carri avversari gira la voce che c’è stata qualche irregolarità. Ma che importa, non si è fatto male nessuno tutto è andato bene e poi è stato sciolto ancora una volta il voto a San Vittore. Ora già tutti pensano al proseguo della festa, alla premiazione, al pranzo con i parenti ed amici e soprattutto ai balli della serata. Ecco tutto questo da diverse centinaia di anni è “la corsa dei buoi di Asigliano Vercellese”.

OMAGGIO AGLI ARTISTI DI SPELLO

Spello è stato ed è tuttora un luogo magico per chi ama l'arte e riesce a dare ispirazioni a chi ama la bellezza  e vuole che rimanga impressa nel tempo. Qualche anno fa mi sono trovato per caso in un bellissimo borgo vicino a Assisi e salendo per i suoi vicoli stretti ed antichi, ricchi di vasi fioriti che sbucano da scale, finestre e balconcini rigorosamente in pietra e mattoni a vista, ho scorto molte botteghe in cui artigiani ed artisti si prodigavano nel loro lavoro talmente assorti e concentrati da non far conto di essere circondati da molti turisti curiosi. Sembrava di essere in un'altra epoca in quegli istanti e poi nel riscendere verso la parte bassa del paese  mi sono reso conto che c'erano anche piccoli studi d'arte, gallerie espositive oltre ai venditori di souvenir. Lo sguardo mi è caduto su alcuni quadri e riproduzioni di capolavori esposti in alcune vetrine e ho visto che molti di quei dipinti erano di Norberto Proietti ed altri pittori naif del 1900 amanti e  non solo del più famoso maestro Vannucci. Quel paese si chiama Spello ed ho voluto dedicare un'opera a tutti gli artisti che lo hanno reso famoso, sperando di dare un  mio piccolo contributo  per quel magico luogo d'arte.

Un viaggio tra ricordi e vita

L'atmosfera generale di questi 'Racconti Dietro l'Arte' è intrisa di ricordi, esperienze e vita vissuta. Sono frammenti della mia esistenza che si sono trasformati in arte, e che ora desidero condividere con te. Ogni pezzo è un viaggio emozionale, un'opportunità per riflettere e connettersi con la profondità delle esperienze umane.

LA ROSSA - storia su podcast di sole 24 ore di Matteo Caccia Racconta-

Passa il tempo ed i ricordi si accendono se c'è qualcuno che prova a farteli ricordare.

Si è vero, tutto vero e adesso provo a ricordare meglio……..

E’ strano come un oggetto, perché di fatto una bicicletta è un oggetto, possa resistere nel tempo e risultare molto più importante per quello che ha rappresentato per te ed altri e forse meno per il servizio che effettivamente ha fatto. La verità è che per colui o coloro che hanno utilizzato quella bicicletta, curata, riparata, a volte bistrattata ed anche dimenticata tanto tempo in un garage, non la scorderanno mai e ritrovarla, riconoscerla e lasciarla ad una persona cara è la migliore cosa che si possa fare. Il “vero valore” di quella bicicletta, che dopo tanti anni ci può dare, è quello che la sola vista od il solo pensiero ti faccia ricordare mille episodi vissuti con lei e senza di lei, nonchè pensare che questo strano meccanismo mentale probabilmente e fortunatamente si tramanderà nel tempo.

Ricordo quegli anni non in maniera perfettamente nitida, erano anni almeno per me un po’ strani perché ero stato abituato a vivere al mare a Porto San Giorgio dopo aver vissuto per breve tempo a Fermo e se pur Monopoli, nostra nuova residenza, fosse un paese di mare, non era la stessa cosa. Nelle marche aprivi la porta facevi pochi passi e c’era la spiaggia, a Monopoli invece per vedere e “vivere”  il mare dovevi fare dei chilometri e fortunatamente c’era la bicicletta di Sandro, “la rossa” che mi faceva passare la maggior parte delle mattinate delle lunghe giornate dell’estate e mi permetteva di non essere isolato all’ultimo piano del “palazzo della banca”, da dove si poteva vedere (fortunatamente)la piazza dello “struscio” e non solo  l’angusto cortile interno ricco di panni stesi, grida, profumi di cucina nostrana e musiche provenienti dalle radio degli altri appartamenti.

La mattina ci si alzava presto perché la strada non era proprio breve per arrivare dove si poteva arrivare al mare e poi i pesci non aspettavano noi. Si scendeva giù nel garage, Sandro prendeva la sua “rossa” ed incominciava il cerimoniale del “carico” prima della prima pedalata. Ricordo che nelle prime uscite ci eravamo resi conto che non potevamo portarci dietro tante cose, del resto due persone su una bicicletta di cui uno sulla canna(che dolori) non potevano trasportare borse borsette e strumenti vari. Allora ci limitammo all’essenziale che era costituito da una sacca dove c’era la maschera di gomma blu Pirelli  con il boccaglio, un asciugamano, cordini, coltello e cosette varie, la sacca di tela bianca fatta da mamma che Sandro indossava come una gonnella in immersione per riporre il pescato senza dover tornare ogni volta sugli scogli, qualche cosa da sgranocchiare e bere e soprattutto il “fucile”. Questa arma da pesca era una cosa per me incredibile ed era un onore poterla tenere durante il tragitto insieme all’asta e l’arpione recuperabile con il filo  ad esso legato. Il fucile non era altro che un tubo di alluminio con una lunga molla riposta al suo interno(quante volte era stata smontata e rimontata con difficoltà per oliarla) e un’impugnatura con un grilletto permetteva di far partire la fiocina dopo il caricamento manuale della molla. Mi sembra che quel fucile fosse stato modificato o addirittura realizzato da nonno Partenio che era per definizione l’uomo delle invenzioni e delle “modifiche” e senza quel fucile non avremmo portato a casa nulla, sono sicuro. La “papalina” fatta ad uncinetto da mamma in testa e via verso gli scogli, ogni volta verso una nuova avventura. Devo dire che Sandro era bravo nella pesca perché poi di fatto questa non durava moltissimo, al massimo un paio d’ore, ma il pesce era sempre assicurato, se il mare era mosso per il vento non si partiva nemmeno.

Io facevo la “sentinella”, dovevo assicurarmi che Sandro non avesse problemi quando era in mare e poi dovevo controllare anche che non portassero via la bicicletta. Durante la pesca ci parlavamo brevemente due o tre volte o ci facevamo un segno con la mano a distanza tra una boccata d’aria, un barrito emesso dal boccaglio e l’ennesima immersione dopo aver svuotato l’acqua dall’interno della maschera; poi all’improvviso Sandro riemergeva spesso tremante dal freddo con le “mani cotte” e diceva “mo basta Federì, ritornamo a casa”, questo significava che la pesca era sufficiente. Dopo essersi asciugato ricominciava il rito della ripartenza e la presenza dei panni bagnati, del pesce e la stanchezza complicava la cosa, ma eravamo felici di ritornare a casa con il pesce e quando Sandro riusciva a prendere un polpo(cosa non facile ed anche pericolosa) eravamo ancora più felici del solito. La strada del ritorno sembrava sempre più lunga rispetto all’andata ed il sole in prossimità di mezzogiorno picchiava forte, così come aumentavano i respiri sul mio collo, perché non dimentichiamoci che io stavo seduto sulla canna ed il manubrio della “rossa” era di quelli sportivi e quindi chi la guidava doveva stare curvo proteso in con la testa bassa avanti. Oramai si vedevano già le vie periferiche di Monopoli ed il normale traffico del paese copriva il monotono rumore delle onde contro gli scogli; parlottando su come era andata la pescata il pensiero inconsciamente andava a quando mamma avrebbe visto con sorpresa cosa portavamo a casa per cucinarlo al meglio ed al posto dove andare nuovamente a pescare il giorno successivo.

Si tutto questo grazie alla mitica bicicletta di Sandro che ora e sempre si chiamerà “LA ROSSA”

VENTO APPARENTE- storia su podcast di sole 24 ore di Matteo Caccia Racconta-

Se non mi sbaglio era l’estate del 1969 quando i miei genitori presero come al solito in affitto nelle Marche, a Porto San Giorgio, una casa per i mesi estivi in modo da dare continuità alle amicizie maturate negli anni precedenti, quando per qualche anno abitammo nella stessa cittadina, prima del trasferimento in Puglia in quel di Monopoli.

Alloggiavamo quasi all’inizio del litorale a ridosso del mare, d’estate quegli isolati di case molto vicine alla pinetina, erano popolate prevalentemente dai forestieri, i papà continuavano a lavorare regolarmente in città e trasferivano i loro familiari per circa quasi quattro mesi al mare, trascorrendo con loro soltanto i fine settimana e le ferie di agosto.

La stagione per noi iniziava presto e finiva tardi, chi andava a scuola saltava le ultime lezioni e spesso per San Remigio, primo Ottobre, al primo appello del nuovo anno scolastico difficilmente rispondevamo presente! al docente di turno.

Eravamo diversi bambini di età più o meno vicina che ci conoscevamo fin da piccoli, in quanto vicini di casa o di ombrellone. Io avevo stretto una forte amicizia con i “ternani”, due di quattro fratelli che venivano a passare l’estate come me nello stesso stabilimento balneare. Roberto aveva poco più di tredici anni, Stefano circa dodici ed io dieci da compiere, come Gabriele, loro cugino se non sbaglio, che me li aveva fatti conoscere.

Quell’anno, rispetto ai precedenti, capimmo subito che bisognava fare qualche cosa di nuovo per far passare il tempo, non bastava più giocare con la sabbia in riva al mare, fare castelli, buche e piste per giocare con le palline che riportavano all’interno le immagini dei ciclisti famosi. Allora, guardandoci intorno, osservammo che in definitiva l’unico sbocco non poteva che darcelo proprio il mare e non la piatta e rovente spiaggia. Non ci bastava più guardare, come massima aspirazione, cosa c’era sott’acqua nei primi metri dopo il bagnasciuga, pescare con il retino granchietti e telline, bisognava conoscere meglio il mare, quello che vedevamo all’orizzonte di colore blu scuro.  

I papà di Roberto e Stefano, giovani imprenditori edili, amavano il mare e le barche e non accontentandosi più della canoa o delle barchette a remi acquistarono un Lightning, una bella barca in legno a vela da regata, solo un po’ vecchiotta, ma in buono stato. Durante la settimana la barca rimaneva ferma nel piccolo rimessaggio all’aperto dello stabilimento balneare, una striscia di spiaggia dove venivano riposte dopo l’uso vecchie barche da pesca trasformate a motore, motoscafi, mosconi, pattini ed altre piccole imbarcazioni. I natanti erano tutti riposti all’ingresso della spiaggia, appena si scendeva la strada che poi divenne lungomare. Le barche più pesanti le tiravano su tramite dei primitivi argani manuali, mentre per le imbarcazioni più leggere servivano solo i muscoli dei proprietari e di quelli dei volontari occasionali, che dovevano sollevarle di peso e trasportarle.

Il sabato e la domenica mattina, già di buonora, c’era la corsa per mettere in mare le imbarcazioni facendole scivolare verso il bagnasciuga su delle traversine in legno ingrassate, ovviamente spingendole a mano, questo accadeva sotto l’occhio vigile del vecchio pescatore della zona Alessandro, detto Alisà, che già rientrato con la sua modesta cesta di pesce, provvedeva a riporre con cura le reti nell’interno del piccolo gozzo, pronte per il giorno seguente.

Le pochissime barche a vela, una volta riportate sulla spiaggia, venivano denudate, vele ed accessori vari venivano smontati e portati negli appositi casotti; pertanto quando dovevano andare nuovamente  in mare necessitavano di un’operazione di preparazione che era chiamata in gergo “armare la barca”;  io, Stefano e Roberto iniziammo a guardare come si faceva, seguendo attentamente chi si dedicava a questa operazione prima di salpare e con lo sguardo osservavamo poi il varo, la partenza in mare e la loro rotta fino a quando quelle barche diventavano dei puntini bianchi all’orizzonte. La nostra speranza era quella di vedere i nostri ternani tornare presto, forse ci avrebbero portato, tempo permettendo, anche a fare un giretto con loro.

Dopo qualche settimana, Ramusio e Galiardo, così si chiamavano i due fratelli rispettivamente papà e zio dei miei due amici, iniziarono a farsi aiutare da noi bambini per armare la barca, così diventammo presto esperti nell’eseguire il lavoro e per ricompensarci guadagnammo sempre di più la possibilità di andare in mare con loro, rispettando però la turnazione. Erano tanti infatti i parenti ed amici che volevano andare in barca ed allora erano anche diverse le corse che facevano i due generosi velisti per accontentare tutti.

La barca era omologata per un equipaggio di tre persone, era lunga poco meno di sei metri, aveva la vela maestra, la così detta randa con in cima disegnata una saetta, la vela di prua chiamata fiocco e volendo si poteva aggiungere un’ulteriore vela per dargli maggiore velocità, lo spinnaker, ma l’utilizzo di questa vela opzionale era riservata a velisti provetti e lì non c’erano di sicuro. Il problema principale di quella barca era il peso ed il fatto che rispetto alle moderne barche, più o meno di quella categoria, se imbarcava acqua poteva affondare e quindi era indispensabile non farla “scuffiare”, per capirci non doveva rovesciarsi sul lato per effetto di forti colpi di vento od imperizia di chi la conduceva.

Non fu a caso che mi appassionai piano piano alla barca a vela perché, neanche a farlo a posta, mio fratello maggiore Sandro, oramai maggiorenne, da un paio di stagioni frequentava la Lega Navale del posto e superando i dovuti esami, acquisì il brevetto che gli permetteva di istruire i ragazzi dei corsi di iniziazione alla vela e fare soprattutto le regate. Lui utilizzava mi sembra una “deriva S” o un “Finn”, una barca monoposto, una delle prime con lo scafo in vetroresina utilizzate proprio per avviare i giovani all’agonismo nautico. Per casa girava un suo libro, il “Manuale dell’allievo”, dove oltre alle figure e schemi molto esplicativi, c’era scritto tutto quello che serviva per imparare la teoria della navigazione a vela. Fu così che, seguendo i consigli di mio fratello e quelli del libro, imparai subito a fare i vari nodi del marinaio, cosa indispensabile, come si chiamavano i vari accessori e parti della barca e questo mi favorì moltissimo per proseguire con i miei amici il percorso necessario per giungere al nostro primo battesimo in mare come neo velisti.

Si, se ricordo bene, verso la metà di agosto, dopo varie uscite con i papà ternani, questi ci permisero di andare non più lontano di circa duecento metri dalla riva da soli con la loro barca. Ovviamente sotto stretta osservazione, con il mare calmo, vento leggerissimo e tempo buono. Roberto era al timone, del resto era il più grande, io ero il prodiere, quello che normalmente fa il maggior sforzo per equilibrare la barca quando la spinta del vento la fa inclinare e Stefano, aiutandomi, si occupava prevalentemente del governo delle vele.

Per farla breve, passarono pochi giorni ed il nostro trio incominciò durante la settimana e ad uscire autonomamente in mare sempre più spesso, ma solo la mattina, quando c’era in spiaggia chi, se necessario, poteva darci una mano in caso di bisogno.

Che cosa fantastica, avevamo ottenuto quello che pensavamo fosse impossibile fino a qualche settimana prima, avevamo un nuovo svago “da grandi”, passavamo il tempo in compagnia ed avevamo capito che il mare era una cosa bellissima, non paragonabile alla vita di spiaggia. Furono giorni indimenticabili e più uscivamo in barca e più imparavamo le varie tecniche di navigazione in modo naturale, non c’era bisogno di studiare molto, bastava capire dove tirava il vento guardando la bandierina in cima all’albero e subito si iniziava ad andare su e giù in quello specchio di mare che i nostri genitori ci avevano permesso di navigare. Una virata a destra, una sinistra, provavamo a sincronizzare i movimenti per non imbrigliarci tra le tante corde e cordicelle, le così dette “cime e scotte” e soprattutto quando invertivamo la rotta a non prendere delle testate contro il boma, l’asse orizzontale che è vincolato all’albero maestro e permette di tendere la vela, pardon, la “randa”.

Eravamo oramai sicuri di essere più che esperti di mare, ma non avevamo ancora compreso che il mare non era solo quello che vivevamo in quello specchio d’acqua, non avevamo capito che il mare ha un caro amico che lo condiziona del tutto e si chiama vento, il loro rapporto è molto stretto, per cui bisogna stare attenti a quello che fanno uno e l’altro per prevedere le loro mosse per tempo, perché quando si mettono d’accordo per fare dispetti, possono far molto male.

Una domenica d’agosto, il tempo era incerto con il cielo coperto a tratti e per questo il papà e lo zio di Roberto e Stefano erano indecisi se uscire in mare o no, perciò la barca rimase fino a metà mattina a qualche metro dalla riva ancora in secca, ma già armata. Aspettando una loro decisione, io ripassavo i nodi con un pezzo di corda, nodo piano, margherita, bandiera, gassa d’amante, gassa d’amante doppia, ecc., Stefano sistemava al meglio gli oggetti presenti l’interno della barca e Roberto invece era nei dintorni del suo ombrellone proprio per capire se si poteva uscire o la barca doveva essere ritirata.

Dopo una mezzoretta, Roberto ci corse incontro e ci disse: loro nun escono, c’è lasciano la barca, che famo? C’e facemo nu giro? Io e Stefano guardammo il cielo ed il mare che non erano invitanti come altre volte, poi tutti e tre incrociammo lo sguardo e senza parlare spingemmo la barca in acqua.  La barca appena partiti filò via in mare con un leggero vento in poppa, noi ci sistemammo ai nostri posti e la musica che arrivava dal juchebox dello stabilimento e le grida del venditore di cocco sparirono velocemente.  Dopo qualche minuto capimmo che il tempo stava per cambiare repentinamente, il vento rinforzava e la barca prendeva una velocità mai prima d’ora provata. Da una parte era molto sfidante la cosa, ma dall’altra, vedendo come diventava grigio il cielo dietro di noi non eravamo più sicuri come prima.  Roberto, vedendo la situazione ci invitò ad indossare i giubbotti di sicurezza e sentendo la barca scivolare leggera sull’acqua che tagliava la prua la superfice del mare come un coltello, disse: ..ma l’avete calata la deriva? La deriva è come una pinna che bisogna far scendere dalla pancia dello scafo al disotto della barca, come una ghigliottina, in modo da dare maggiore stabilità e soprattutto evitare di scarrocciare, praticamente di essere spostati dal vento mentre si naviga per mantenere il più possibile la rotta scelta. Ma si tordo? Certo che la semo scesa!(ma sei scemo? Certo che l’abbiamo calata). L’assicurazione data da Stefano in dialetto creò in Roberto un po’ di imbarazzo ed egli, sentendo arrivare le prime gocce di pioggia, non fu più così deciso come al solito e disse:   è mejo che tornamo, pronti se gira!. L’imposizione repentina della virata ci fece capire che le cose si stavano mettendo male, anche perché la manovra che ci apprestavamo a fare così come tante altre volte non fu assolutamente facile. Ci vollero più tentativi, le vele sbattevano e lo scafo non girava come volevamo. Poi riuscimmo a virare, ma li venne il bello, anzi il brutto, non avevamo mai affrontato il “vento di terra”, il vento che appunto dalla terra ti spinge a largo e questo ti impedisce di ritornare a terra se non sei abituato a zizzagare con tratte molto lunghe, cercando di prendere il vento non diritto contro di te, ma lateralmente.  Ovviamente la corrente del mare rimane sempre contraria al tuo tragitto e quando viaggi di traverso le onde battono forte sullo scafo facendolo beccheggiare, per cui chi è sopra la barca deve sedersi sul lato opposto a quello che è piegato verso l’acqua dalla forza del vento che spinge la vela, reggersi saldamente per non finire in acqua, tenere forte le scotte delle vele ed assecondare le folate di vento per evitare di rovesciare lo scafo. Tutto normale per chi va per mare, ma per tre ragazzini come noi non era così banale.

Oramai eravamo in gioco e non potevamo permetterci di sbagliare nulla, Stefano disse saggiamente: .. tirate giù lu fiocco, annamo solo con la randa…  cor secchiello buttate fori l’acqua, n’è entrata troppa. L’andatura della barca era più lenta e più adatta alle nostre forze; fu allora che lentamente capimmo che stavamo rientrando malgrado tutto, anche perché nel frattempo tutti i bagnanti erano già scappati a casa per la pioggia ed erano rimasti in spiaggia solo un paio di gruppetti di persone che piano piano vedevamo sempre più distintamente e sembravano i nostri genitori e conoscenti.

Intorno a noi non c’era nessuno che navigava, neanche i pescarecci, fino a quando vedemmo una barca uscire nel mare ingrossato, proprio dalla zona di spiaggia dove eravamo partiti. Ci rendemmo conto che il mare ci aveva portato non solo a largo, ma anche spinto di molto verso sud, questo perché non riuscivamo a tenere la rotta voluta. La barca a motore ci arrivò vicina una ventina di metri e sopra c’erano il vecchio pescatore, il papà dei miei amici ed un amico di famiglia; per un istante pensammo che ci avrebbero lanciato una corda e trainato a terra, neanche per sogno! Dissero qualche cosa che non capimmo in dialetto e poi ci fu chiara solo la frase: ..tornate indietro subito!, girarono la barca e ritornarono verso terra.  Incredulo io scrollai la testa, così come fecero i miei amici di sventura, riprendemmo così a tirare le scotte che avevamo mollato e proseguimmo la navigazione. La cosa ci diete un po’ di coraggio, il mancato soccorso poteva significare che eravamo in grado di cavarcela e chissà come saremmo stati accolti una volta giunti a terra?

Passò un’oretta almeno, vedevamo la riva non molto lontana, ma non riuscivamo a raggiungerla, era come se uno scalatore con le mani strette alla corda, legata alla cima della montagna, si tirasse a fatica su di peso mentre il suo corpo pendola a destra e sinistra nel vuoto.

Finalmente arrivammo nei pressi della riva, tirammo su la deriva, togliemmo i giubbotti di salvataggio ed ammainammo la vela, poi saltammo giù dallo scafo. L’acqua che ci arrivava alla vita fu un sollievo perchè risultava più calda rispetto alla temperatura esterna; le nostre magliette erano bagnate marce e non avendo altro a dosso il vento ci faceva tremare, erano brividi di freddo o brividi provocati dalla vista in lontananza dei nostri parenti che ci aspettavano sulla spiaggia a diverse centinaia di metri da dove eravamo in quel momento? Capimmo dalla loro agitazione che forse ci sarebbe stato ben presto la resa dei conti.

Come il fantino e gli stallieri portano il loro cavallo alla stalla accarezzandolo dopo aver terminato la corsa, Roberto aveva afferrato la corda dell’ancora che era legata a prua e trascinava lo scafo camminando a fatica, mentre io e Stefano spingevamo e tenevamo la poppa per evitare che gli schiaffi delle onde la facessero rovesciare.

Arrivammo piano piano stremati nei pressi del nostro stabilimento balneare, delle persone presero la barca per portarla in secca e noi non facemmo in tempo a prendere fiato perché i nostri genitori, a dir poco infuriati, ci aggredirono e non solo con le parole… . Arrivò qualche ceffone, qualche pedata tra un’imprecazione e l’altra, finchè per schivare il peggio, nella circostanza ci salvò solo la fuga verso casa. Noi pensavamo di aver compiuto una grande impresa, avevamo affrontato e sfidato il mare con successo ed i nostri genitori invece di esserne orgogliosi ci rimproveravano? Con il senno di poi capimmo che il loro amore per noi era tanto e quella reazione era stata più che comprensibile, ingenui avevamo effettivamente rischiato di non tornare più vivi a terra.

Io mi chiusi in camera, anche se ero ancora bagnato e tremolante e mio fratello Sandro, che condivideva la stanza, arrivò poco dopo e si fece aprire la porta che avevo chiuso a chiave, poi mi disse : ma che se fanno ste cose? Ma siete matti?. Capii che l’avevamo fatta grossa se lo diceva lui che era un esperto e capii anche che probabilmente la mia carriera da velista era giunta al termine.

Le ramanzine continuarono per un paio di giorni, ovviamente il mare per noi “incoscenti” si poteva vedere solo da lontano e per un po’ dovemmo ritornare ai giochi “da bambino” sulla spiaggia. Io Stefano e Roberto però ci confrontammo, concludendo che tutto sommato avevamo fatto una grande cosa e potevamo esserne fieri, certo poteva andare meglio, ma eravamo stati comunque bravi.  Prima di chiudere la stagione i genitori dei miei amici ripresero a fargli fare qualche giro in barca, mentre io terminai il mio soggiorno estivo con gli altri amichetti sulla battigia, mentre ogni tanto volgevo lo sguardo all’orizzonte.

Quell’anno imparai che il mare ed il suo amico vento andavano rispettati, noi li avevamo sfidati e loro rendendoci l’onore delle armi quella volta ci risparmiarono.

La stagione successiva papà decise per varie ragioni di cambiare località estiva e prese in affitto una casa in Abruzzo a Francavilla al Mare su consiglio di mia zia Adriana, pratica della zona; persi così tutti i contatti con i miei amici di Porto San Giorgio di cui non ho avuto più notizie, ma da ragazzini si fa presto a fare nuove amicizie ed io iniziai a farmene subito delle nuove in quel nuovo posto di mare, proprio perché sapevo andare in barca a vela, ma questa è un’altra storia…

 

Dedicato al mare ed al suo amico vento, che una volta conosciuti da vicino ti rimangono dentro di te per sempre…..